mercoledì 30 maggio 2012

Inno alla casa


Ogni giorno da te parto e a te ritorno, e quando a te ritorno sento che mi accogli con un abbraccio caldo, e con quella confidenza che mi permette di sentirmi libera. Via i tacchi, giù a piedi nudi, all’aria i vestiti, e addosso della stoffa comoda e leggera, tanto tra me e te non ci sono formalismi. Mi muovo nel mio territorio fatto di stanze colorate, che io ho voluto, perché tu, casa mia, sei ciò che sono io. Nel bagno illuminato dai bagliori del sole prima del tramonto mi rigenero, rinfrescandomi e togliendomi di dosso le polveri e gli odori urbani, in camera da letto vengo accolta dalle urla dei bambini che rimbalzano sul lettone, che fanno festa per il mio arrivo e vogliono essere notati, innesco i profumi della cucina che provocano la fame già latente, e mentre il piccolo urla di gioia dal seggiolone al vedere la sua pappa, come un uccellino affamato, ci sediamo al tavolo tutti insieme e cominciamo a parlare di lettere e di numeri, della parola di inglese appena imparata e mi chiedete se è possibile salire in cima alla statua della libertà.
Tutti a mettere i pigiami, tutti nel lettone quando il sole è ormai una palla rossa che va a nascondersi dietro il cupolone di Don Bosco, e chiacchieriamo ancora, e facciamo gli indovinelli, e ci inventiamo le barzellette, fino a quando mamma non sa più cosa farvi indovinare, fino a quando siete stanchi, fino a quando nessuno parla più, pure al fratellino è scivolato il ciuccio dalla bocca, e pure tu, casa, diventi priva di rumore, e dormi, ed io, dopo una giornata di entropia metropolitana e mentale, mi sento ritornata alla mia posizione di equilibrio stabile, mi sento la pace dentro, e vorrei stare sempre così, serenità perpetua, mentre vedo uno spicchio di luna staccarsi da lì dove il sole era andato, pure lui, a dormire.

In questi giorni penso intensamente a chi non può avere più fiducia nella propria casa, a chi si è ritrovato prigioniero di spazi non suoi, a chi ha perso sé stesso.

mercoledì 2 novembre 2011

Recensione del 2 novembre 2011

Si legge "in un battito di ciglia", come riporta la copertina, ma avendo un neonato in casa l'ho letto in un paio di settimane. Abituata alla sua prosa colorita siciliana stento a credere che l'abbia scritto il Camilleri che conosco, tanto la scrittura è semplice, asciutta, in italiano "preciso preciso". La trama è abbastanza interessante, e ti trascina senza alcun attrito sino all'ultima pagina, attraversando situazioni e realtà attuali, che rendono il thriller sicuramente più coinvolgente: disoccupazione, precariato, smania di soldi e potere (ma che novità!), sesso, donne, opportunismo, scorrettezze. Lo consiglio a chiunque abbia voglia di svagarsi un pò e che in una serata libera preferisca leggersi un thriller, piuttosto che vederlo al cinema. Personalmente, avrei gradito una scrittura più intensa, articolata, profonda, capace di dare emozioni, di far venire la pelle d'oca, come può fare un passaggio di musica, un quadro, una scena di cinema. Questo è infatti ciò che cerco quando leggo un libro, oltre a dei contenuti interessanti. Tuttavia il testo si fa leggere e questo è fondamentale per un oggetto che nasce per intrattenere, per staccare la spina con la realtà circostante, almeno per un'oretta.

Voto da 1 a 10: 6.5

domenica 30 ottobre 2011

Attesa condominiale

Vivo in un enorme palazzo costruito agli inizi degli anni settanta da una cooperativa di conducenti di autobus.

Ora che siamo quasi nel 2012 gli autisti sono tutti anziani, l’autobus non lo guidano più da un pezzo, e come formiche un po’ stanche escono quotidianamente dalla loro casa e si spargono nel quartiere per sgranchire le gambe, fare piccole compere nel vicino mercato rionale, oppure li trovi davanti al portone che si aggiornano sugli ultimi accadimenti: il giardiniere non è venuto questa settimana, la signora del quarto piano si lamenta di un’infiltrazione, l’amministratrice ha stufato, …

Io che corro sempre come una scheggia circondata di bambini, mi sento particolarmente giovane in un simile habitat, con tutti che mi osservano come se fossi uno spiraglio di luce, di vita, ma portatore di malinconia, per i tempi in cui “correvamo pure noi”. Tuttavia, alle quattro di ogni pomeriggio un evento ci unisce, un appuntamento al quale non si può mancare.

Scendo di corsa per recuperare i miei bambini di ritorno da scuola a bordo dell’inconfondibile scuolabus giallo, e mentre faccio avanti e indietro sul marciapiede attendendo di scorgere il pulmino, alzo lo sguardo verso il mio palazzone di nove piani, e vedo i balconi e le finestre che pullulano di teste più o meno pelate, brizzolate, canute degli uomini, insieme alle tinte rosse o nere dei capelli, i grembiuli da cucina, le ciabatte delle mogli, tutti uniti in una sorta di coreografia istintiva, un volo di gruppo, un movimento da nuoto sincronizzato, tutti che aspettano i bambini della giovane signora del settimo piano.

lunedì 24 ottobre 2011

Recensione del 9 agosto 2011

Non mi è piaciuto; la Tamaro mi ha un po’ stancato con questi racconti di vite tormentate narrati come se il protagonista (la scrittrice?) si trovasse sempre in una continua fase mistica, iniziata nei precedenti romanzi. Reiterati interrogativi su Dio e il suo significato, sul senso dell’amore, del male, della morte; tante domande buttate continuamente lì, senza apparente risposta, almeno per me. Il tutto calato in un contesto naturalistico, cioè con immancabili descrizioni di flora e fauna caratterizzanti l’ambientazione del romanzo, probabilmente da imputare all’habitat abituale della scrittrice, un casale vicino Orvieto. La Tamaro insiste, inoltre, nel sottolineare l’importanza del silenzio nella nostra vita, importanza già ampiamente espressa nei suoi precedenti testi, e che tra comunque comprendo appieno.

Tuttavia, come certi cantanti che, cantata la prima canzone di successo non riescono in seguito a uscire dallo “schema” della stessa, la scrittrice mi sembra non riuscire più a creare un’opera veramente nuova, coinvolgente, piacevolmente insolita, un’opera che non riprenda più il vecchio motivo. Di conseguenza, la Tamaro mi annoia.

Voto da 1 a 10: 6

lunedì 16 agosto 2010

I viaggi della mente

Per me andare in vacanza non è soltanto scoprire nuovi posti, con le relative usanze, tradizioni, dialetti, cucina, ... ma significa anche scoprire nuovi "posti" dell'arte, intesa come scrittura, regia, musica, ...

Ecco quindi che, quest'anno, oltre ad approfondire la terra del Salento, essendoci già stata ed essendo stata nuovamente risucchiata, andrò alla scoperta dei seguenti "luoghi" del vivere artistico:

- "Acciaio", di Silvia Avallone, finalista al Premio Strega (i pettegolezzi vogliono che non abbia vinto in quanto non appartenente alla parrocchia Mondadori)

- Mario Biondi, conosco solo la famosissima "This is what you are", perdonatemi ...

- Pizzica e Taranta salentine

- "Mosca non crede alla lacrime", di V. Mensov, del 1.979, film cult sovietico

- "I falsificatori", di Antoine Bello (mi ha incuriosito il primo capitolo, uomini che di mestiere falsificano la realtà in cui viviamo ... ma non è attualità?).

Vi farò sapere come è andata,
buone scoperte anche a voi,
Aless

domenica 16 maggio 2010

Mostri tristi

Due sabati fa sono andata in un locale per gay e trans; all’una e alle 3 del mattino i trans, parecchi, hanno fanno uno spettacolo sul palchetto luminoso appositamente allestito. Li guardavo ballare, ondeggiare con le loro chiappe perfette e le gambe chilometriche dopo essermi sudata un posto in piedi su una sedia, in equilibrio quasi instabile, dietro a una folla compatta di ragazzi gay che si baciavano e trans del pubblico in ammirazione dei loro simili.

E' stato uno spettacolo a dir poco esilarante: più belle(i?) di una donna vera, più femmine, più disperate, emananvano una carica di energia coinvolgente, mentre ballando si toglievanno via via i già scarni vestiti, esibendo alla fine un corpo tradito dal viso, che esprimeva il disperato, inutile tentativo di essere diverso. E mentre le ammiravo, mi accorgevo che la natura aveva proprio toppato, che dentro quel corpo c'era una donna, una femmina, che la natura non aveva saputo interpretare. Ed era uscito fuori un mostro, si, un mostro triste, donne belle ma brutte, donne finte ... o forse no? Il dubbio si insidiava nella mia testa attraverso le parole di Almodovar:

una persona è tanto più autentica quanto più assomiglia all'immagine che ha sognato di sè stessa.

sabato 17 aprile 2010

Amore e morte


Quante immagini di innamorati sono scolpite nella nostra mente!

Abbracciati sullo sfondo del tramonto, abbandonati nell'atto di darsi un bacio, mano nella mano in riva al mare, ... immagini che rievocano tenerezza, ottimismo, che riscaldano il cuore.
I due innamorati del Caucaso invece no: nel loro abbraccio spiccano le pistole impugnate con orgoglio, come si potrebbe tenere un fiore o un peluche da innamorati, gli sguardi tradiscono tristezza, i volti sembrano tanto fieri quanto ingenui.
Ed ecco che l'amore, in questa foto di innamorati, emerge come qualcosa di sinistro, qualcosa da rivendicare, al prezzo della morte altrui.