mercoledì 5 settembre 2012

Speranza


6.40 del mattino, inverno, freddo umido, sonno, sull'autobus che da Velletri arriva all'Anagnina, in viaggio verso l'università. Per fortuna ho trovato posto a sedere, ho preso la corriera a Genzano, accanto a me una ragazza peruviana. Periodo grigio della mia vita, periodo di solitudine, di tristezza generale, di fatica, di smarrimento. La ragazza peruviana mi chiede dove vado a quell'ora, e si sfila una cuffietta dall'orecchio per condividere la sua musica. Mi dice che va a Roma a fare le pulizie per una famiglia in zona Prati, da' una mano anche con i bambini. Ha sposato un italiano di Genzano, fa la guardia giurata, mi porge  la foto tessera di lui che tiene nel portafoglio. La guardo con istintiva antipatia quando mi dice che lui non vuole bambini, ma lei sogna tanto di averne. Circa 5 anni dopo, mentre laureata passeggio lungo il lago di Nemi, vedo una bimba bellissima su un passeggino, gli occhi due fessure sorridenti, e una madre adorante e giocosa di fronte, ho un sussulto interno: e vai! Ecco, questa è la pellicola che si svolge nella mia mente mentre ascolto la canzone che quella mattina proiettò un raggio di luce nella mia vita: "The captain of her heart", Double side.

martedì 24 luglio 2012

Recensione del 24 luglio 2012


Ho deciso di leggere questo libro perché stimo molto il giornalista che lo ha scritto, persona tanto professionale quanto umile e garbata: Franco di Mare. Inoltre, solo a sentir raccontata la trama, se pur compressa in una paio di frasi, mi si sono inumiditi gli occhi all'istante: una storia vera accaduta allo stesso scrittore. Mi sento a mio agio nella lettura di questo romanzo, penso che lo avrei scritto allo stesso modo, con lo stesso stile e ritmo. A tratti c'è suspense, temi ti stiano per piovere addosso le granate di Sarajevo. Mi è piaciuto, è il suo primo romanzo, e spero non sia l'ultimo.

Voto: 7.5/10

Avetrana


26 agosto 2010, decidiamo di fuggire le masse estive concentrate nelle maggiori località di grido del Salento - Porto Cesareo, Gallipoli, Lecce - e andiamo a visitare una più anonima Avetrana. Mentre camminiamo nei vicoli, nelle piazzette, esprimo il mio sincero desiderio di poter vivere in un posto come questo, in quanto  ignoto ai più, ma pur sempre gradevole, dignitoso, ordinato, dove la vita scorre leggera, semplice, senza clamori o pretese. Mi dico: che bello potersi rifugiare in un paese dove tutto scorre tranquillo, essenziale,  indisturbato, senza dover sudare per un parcheggio o un gelato, senza dover sgomitare per poter passeggiare, senza negozi pieni di paccottiglia che oscurano il vero paese, le sue mura, i suoi vicoli (mi vengono in mente le bancarelle natalizie di piazza Navona), un paese senza bagliori, senza schiamazzi, un paese che ti protegge col suo anonimato, col suo risultare insignificante ai più, proprio perché non appariscente, ma umile.
Ceniamo in una trattoria a gestione familiare, il titolare ci dice che in paese stanno cercando una ragazzina, scomparsa nel pomeriggio.

mercoledì 30 maggio 2012

Inno alla casa


Ogni giorno da te parto e a te ritorno, e quando a te ritorno sento che mi accogli con un abbraccio caldo, e con quella confidenza che mi permette di sentirmi libera. Via i tacchi, giù a piedi nudi, all’aria i vestiti, e addosso della stoffa comoda e leggera, tanto tra me e te non ci sono formalismi. Mi muovo nel mio territorio fatto di stanze colorate, che io ho voluto, perché tu, casa mia, sei ciò che sono io. Nel bagno illuminato dai bagliori del sole prima del tramonto mi rigenero, rinfrescandomi e togliendomi di dosso le polveri e gli odori urbani, in camera da letto vengo accolta dalle urla dei bambini che rimbalzano sul lettone, che fanno festa per il mio arrivo e vogliono essere notati, innesco i profumi della cucina che provocano la fame già latente, e mentre il piccolo urla di gioia dal seggiolone al vedere la sua pappa, come un uccellino affamato, ci sediamo al tavolo tutti insieme e cominciamo a parlare di lettere e di numeri, della parola di inglese appena imparata e mi chiedete se è possibile salire in cima alla statua della libertà.
Tutti a mettere i pigiami, tutti nel lettone quando il sole è ormai una palla rossa che va a nascondersi dietro il cupolone di Don Bosco, e chiacchieriamo ancora, e facciamo gli indovinelli, e ci inventiamo le barzellette, fino a quando mamma non sa più cosa farvi indovinare, fino a quando siete stanchi, fino a quando nessuno parla più, pure al fratellino è scivolato il ciuccio dalla bocca, e pure tu, casa, diventi priva di rumore, e dormi, ed io, dopo una giornata di entropia metropolitana e mentale, mi sento ritornata alla mia posizione di equilibrio stabile, mi sento la pace dentro, e vorrei stare sempre così, serenità perpetua, mentre vedo uno spicchio di luna staccarsi da lì dove il sole era andato, pure lui, a dormire.

In questi giorni penso intensamente a chi non può avere più fiducia nella propria casa, a chi si è ritrovato prigioniero di spazi non suoi, a chi ha perso sé stesso.

mercoledì 2 novembre 2011

Recensione del 2 novembre 2011

Si legge "in un battito di ciglia", come riporta la copertina, ma avendo un neonato in casa l'ho letto in un paio di settimane. Abituata alla sua prosa colorita siciliana stento a credere che l'abbia scritto il Camilleri che conosco, tanto la scrittura è semplice, asciutta, in italiano "preciso preciso". La trama è abbastanza interessante, e ti trascina senza alcun attrito sino all'ultima pagina, attraversando situazioni e realtà attuali, che rendono il thriller sicuramente più coinvolgente: disoccupazione, precariato, smania di soldi e potere (ma che novità!), sesso, donne, opportunismo, scorrettezze. Lo consiglio a chiunque abbia voglia di svagarsi un pò e che in una serata libera preferisca leggersi un thriller, piuttosto che vederlo al cinema. Personalmente, avrei gradito una scrittura più intensa, articolata, profonda, capace di dare emozioni, di far venire la pelle d'oca, come può fare un passaggio di musica, un quadro, una scena di cinema. Questo è infatti ciò che cerco quando leggo un libro, oltre a dei contenuti interessanti. Tuttavia il testo si fa leggere e questo è fondamentale per un oggetto che nasce per intrattenere, per staccare la spina con la realtà circostante, almeno per un'oretta.

Voto da 1 a 10: 6.5

domenica 30 ottobre 2011

Attesa condominiale

Vivo in un enorme palazzo costruito agli inizi degli anni settanta da una cooperativa di conducenti di autobus.

Ora che siamo quasi nel 2012 gli autisti sono tutti anziani, l’autobus non lo guidano più da un pezzo, e come formiche un po’ stanche escono quotidianamente dalla loro casa e si spargono nel quartiere per sgranchire le gambe, fare piccole compere nel vicino mercato rionale, oppure li trovi davanti al portone che si aggiornano sugli ultimi accadimenti: il giardiniere non è venuto questa settimana, la signora del quarto piano si lamenta di un’infiltrazione, l’amministratrice ha stufato, …

Io che corro sempre come una scheggia circondata di bambini, mi sento particolarmente giovane in un simile habitat, con tutti che mi osservano come se fossi uno spiraglio di luce, di vita, ma portatore di malinconia, per i tempi in cui “correvamo pure noi”. Tuttavia, alle quattro di ogni pomeriggio un evento ci unisce, un appuntamento al quale non si può mancare.

Scendo di corsa per recuperare i miei bambini di ritorno da scuola a bordo dell’inconfondibile scuolabus giallo, e mentre faccio avanti e indietro sul marciapiede attendendo di scorgere il pulmino, alzo lo sguardo verso il mio palazzone di nove piani, e vedo i balconi e le finestre che pullulano di teste più o meno pelate, brizzolate, canute degli uomini, insieme alle tinte rosse o nere dei capelli, i grembiuli da cucina, le ciabatte delle mogli, tutti uniti in una sorta di coreografia istintiva, un volo di gruppo, un movimento da nuoto sincronizzato, tutti che aspettano i bambini della giovane signora del settimo piano.

lunedì 24 ottobre 2011

Recensione del 9 agosto 2011

Non mi è piaciuto; la Tamaro mi ha un po’ stancato con questi racconti di vite tormentate narrati come se il protagonista (la scrittrice?) si trovasse sempre in una continua fase mistica, iniziata nei precedenti romanzi. Reiterati interrogativi su Dio e il suo significato, sul senso dell’amore, del male, della morte; tante domande buttate continuamente lì, senza apparente risposta, almeno per me. Il tutto calato in un contesto naturalistico, cioè con immancabili descrizioni di flora e fauna caratterizzanti l’ambientazione del romanzo, probabilmente da imputare all’habitat abituale della scrittrice, un casale vicino Orvieto. La Tamaro insiste, inoltre, nel sottolineare l’importanza del silenzio nella nostra vita, importanza già ampiamente espressa nei suoi precedenti testi, e che tra comunque comprendo appieno.

Tuttavia, come certi cantanti che, cantata la prima canzone di successo non riescono in seguito a uscire dallo “schema” della stessa, la scrittrice mi sembra non riuscire più a creare un’opera veramente nuova, coinvolgente, piacevolmente insolita, un’opera che non riprenda più il vecchio motivo. Di conseguenza, la Tamaro mi annoia.

Voto da 1 a 10: 6