domenica 30 ottobre 2011

Attesa condominiale

Vivo in un enorme palazzo costruito agli inizi degli anni settanta da una cooperativa di conducenti di autobus.

Ora che siamo quasi nel 2012 gli autisti sono tutti anziani, l’autobus non lo guidano più da un pezzo, e come formiche un po’ stanche escono quotidianamente dalla loro casa e si spargono nel quartiere per sgranchire le gambe, fare piccole compere nel vicino mercato rionale, oppure li trovi davanti al portone che si aggiornano sugli ultimi accadimenti: il giardiniere non è venuto questa settimana, la signora del quarto piano si lamenta di un’infiltrazione, l’amministratrice ha stufato, …

Io che corro sempre come una scheggia circondata di bambini, mi sento particolarmente giovane in un simile habitat, con tutti che mi osservano come se fossi uno spiraglio di luce, di vita, ma portatore di malinconia, per i tempi in cui “correvamo pure noi”. Tuttavia, alle quattro di ogni pomeriggio un evento ci unisce, un appuntamento al quale non si può mancare.

Scendo di corsa per recuperare i miei bambini di ritorno da scuola a bordo dell’inconfondibile scuolabus giallo, e mentre faccio avanti e indietro sul marciapiede attendendo di scorgere il pulmino, alzo lo sguardo verso il mio palazzone di nove piani, e vedo i balconi e le finestre che pullulano di teste più o meno pelate, brizzolate, canute degli uomini, insieme alle tinte rosse o nere dei capelli, i grembiuli da cucina, le ciabatte delle mogli, tutti uniti in una sorta di coreografia istintiva, un volo di gruppo, un movimento da nuoto sincronizzato, tutti che aspettano i bambini della giovane signora del settimo piano.

lunedì 24 ottobre 2011

Recensione del 9 agosto 2011

Non mi è piaciuto; la Tamaro mi ha un po’ stancato con questi racconti di vite tormentate narrati come se il protagonista (la scrittrice?) si trovasse sempre in una continua fase mistica, iniziata nei precedenti romanzi. Reiterati interrogativi su Dio e il suo significato, sul senso dell’amore, del male, della morte; tante domande buttate continuamente lì, senza apparente risposta, almeno per me. Il tutto calato in un contesto naturalistico, cioè con immancabili descrizioni di flora e fauna caratterizzanti l’ambientazione del romanzo, probabilmente da imputare all’habitat abituale della scrittrice, un casale vicino Orvieto. La Tamaro insiste, inoltre, nel sottolineare l’importanza del silenzio nella nostra vita, importanza già ampiamente espressa nei suoi precedenti testi, e che tra comunque comprendo appieno.

Tuttavia, come certi cantanti che, cantata la prima canzone di successo non riescono in seguito a uscire dallo “schema” della stessa, la scrittrice mi sembra non riuscire più a creare un’opera veramente nuova, coinvolgente, piacevolmente insolita, un’opera che non riprenda più il vecchio motivo. Di conseguenza, la Tamaro mi annoia.

Voto da 1 a 10: 6

lunedì 16 agosto 2010

I viaggi della mente

Per me andare in vacanza non è soltanto scoprire nuovi posti, con le relative usanze, tradizioni, dialetti, cucina, ... ma significa anche scoprire nuovi "posti" dell'arte, intesa come scrittura, regia, musica, ...

Ecco quindi che, quest'anno, oltre ad approfondire la terra del Salento, essendoci già stata ed essendo stata nuovamente risucchiata, andrò alla scoperta dei seguenti "luoghi" del vivere artistico:

- "Acciaio", di Silvia Avallone, finalista al Premio Strega (i pettegolezzi vogliono che non abbia vinto in quanto non appartenente alla parrocchia Mondadori)

- Mario Biondi, conosco solo la famosissima "This is what you are", perdonatemi ...

- Pizzica e Taranta salentine

- "Mosca non crede alla lacrime", di V. Mensov, del 1.979, film cult sovietico

- "I falsificatori", di Antoine Bello (mi ha incuriosito il primo capitolo, uomini che di mestiere falsificano la realtà in cui viviamo ... ma non è attualità?).

Vi farò sapere come è andata,
buone scoperte anche a voi,
Aless

domenica 16 maggio 2010

Mostri tristi

Due sabati fa sono andata in un locale per gay e trans; all’una e alle 3 del mattino i trans, parecchi, hanno fanno uno spettacolo sul palchetto luminoso appositamente allestito. Li guardavo ballare, ondeggiare con le loro chiappe perfette e le gambe chilometriche dopo essermi sudata un posto in piedi su una sedia, in equilibrio quasi instabile, dietro a una folla compatta di ragazzi gay che si baciavano e trans del pubblico in ammirazione dei loro simili.

E' stato uno spettacolo a dir poco esilarante: più belle(i?) di una donna vera, più femmine, più disperate, emananvano una carica di energia coinvolgente, mentre ballando si toglievanno via via i già scarni vestiti, esibendo alla fine un corpo tradito dal viso, che esprimeva il disperato, inutile tentativo di essere diverso. E mentre le ammiravo, mi accorgevo che la natura aveva proprio toppato, che dentro quel corpo c'era una donna, una femmina, che la natura non aveva saputo interpretare. Ed era uscito fuori un mostro, si, un mostro triste, donne belle ma brutte, donne finte ... o forse no? Il dubbio si insidiava nella mia testa attraverso le parole di Almodovar:

una persona è tanto più autentica quanto più assomiglia all'immagine che ha sognato di sè stessa.

sabato 17 aprile 2010

Amore e morte


Quante immagini di innamorati sono scolpite nella nostra mente!

Abbracciati sullo sfondo del tramonto, abbandonati nell'atto di darsi un bacio, mano nella mano in riva al mare, ... immagini che rievocano tenerezza, ottimismo, che riscaldano il cuore.
I due innamorati del Caucaso invece no: nel loro abbraccio spiccano le pistole impugnate con orgoglio, come si potrebbe tenere un fiore o un peluche da innamorati, gli sguardi tradiscono tristezza, i volti sembrano tanto fieri quanto ingenui.
Ed ecco che l'amore, in questa foto di innamorati, emerge come qualcosa di sinistro, qualcosa da rivendicare, al prezzo della morte altrui.

Uccellini in gabbia


Ieri sera sono uscita con mio figlio a fare due passi; siamo andati in un centro commerciale vicino casa, abbiamo visitato il negozio delle caramelle, quello dei giocattoli, e infine quello degli animali. Dopo i cuccioli di cane, di gatto, di topo, i vari pescetti dentro gli acquari e le tartarughe, siamo arrivati alle gabbie degli uccellini: mi ha colpito una di queste, e sono rimasta ad osservarla quasi ipnotizzata. Lunga poco più di un metro, intervallata da tre aste disposte trasversalmente, vi erano tre uccellini. Uno di questi volava dall'asta di destra a quella di sinistra, dall'asta di sinistra a quella di destra, dall'asta di destra a quella di sinistra, dall'asta di sinistra a quella di destra, ... il mio sguardo rimbalzava dall'asta di destra a quella di sinistra e viceversa, mentre il mio cuore si stringeva, e riflettevo sulla libertà, ma soprattutto sulle sue limitazioni:

la mancanza di libertà è il non poter esprimere appieno le proprie capacità, è il poter potenzialmente volare fra due aste distanti chilometri, ma essere inibiti a farlo, è essere costretti ad arrugginirsi, ad atrofizzarsi perchè non ci sono sufficienti spazi di azione.

La libertà è la possibilità di fare quello per cui si è nati, è la possibilità di essere sè stessi, di vivere.

mercoledì 23 settembre 2009

Cronaca di uno schianto

Crepuscolo inoltrato, non c’è nessuno per strada, tutti stanno cenando in questo paesino del Salento; imbocchiamo la strada deserta, ci avviciniamo all’incrocio con velocità sostenuta e sicurezza che tanto non gira nessuno a quest’ora. Un istante prima di occupare l’incrocio una vocina nel cervello mi consiglia di dire a mia madre di frenare, di andare cauta, ma quando mi attivo per muovere le labbra siamo già in mezzo all’incrocio, e la coda del mio occhio vede arrivare da sinistra una scheggia nera. Un altro istante, in cui faccio in tempo a chiedermi: “Che ne sarà di noi?”. Lo schianto. Improvviso, non preannunciato dalla classica frenata dell’ultimo istante, uno schianto e basta. La nostra auto slitta, ruota, si arresta contro il marciapiede. Un secondo di silenzio, forse due, e poi i pianti dei bambini, strazianti. I miei genitori sono bloccati dagli sportelli che non si aprono più, io cerco disperatamente i miei occhiali schizzati via, senza i quali non posso verificare lo stato dei miei figli seduti dietro. Li trovo finalmente ai miei piedi, li infilo, scendo ed apro la portiera di dietro, afferro in braccio il piccolo, tiro via il grande, intorno a noi donne che ci vogliono offrire un bicchiere d’acqua, i miei pure svicolano via dall’auto, ci guardiamo, in silenzio.
Mi avvio con i bambini verso casa, mentre mio figlio più grande chiede: “Mamma, perché è successo questo?”.


N.B.1 Nessuno si è fatto male, a parte un paio di lividi sulle braccia e un arrossamento della pelle intorno all’angolo esterno dell’occhio causa urto. Gesù, grazie.

N.B.2 In episodi del genere, la dimensione temporale acquista una risoluzione molto fine, la tua vita si snoda su frazioni di secondo infinitesime: in un pugno di istanti osservi, temi il peggio, ti schianti, vivi l’inferno, risorgi.