domenica 17 novembre 2013

Recensione del 17 novembre 2013



Mi sto ancora riprendendo, da questo film. Da tanto tempo non mi uscivano le lacrime dagli occhi, alla fine di una proiezione. Non mi piace andare a vedere i film drammatici così, tanto per soffrire un po', per farsi del male. Penso che il cinema debba avere una qualche utilità: intrattenimento, informazione, denuncia, bellezza. Penso sia addirittura "criminale", per usare una parola forte, fare dei film conditi di funerali, disgrazie, malattie così, tanto per fare, film fini a sé stessi. Perchè allora vado a vedere un film in cui alla protagonista gira tutto storto, abortisce, le ammazzano il compagno, non trova più l'amore, vive sola con 2 cani e le ammazzano anche questi, la minacciano, e alla fine non ce la fa più e si ammazza? Perché è una storia vera, si tratta di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere.
Il film, dal primissimo fotogramma, sfocato e freddo, è impregnato di tristezza, che non ti lascia più.
Il compagno la saluta, dalla finestra, e tu capisci già che non si rivedranno più, tanto l'atmosfera, le luci ti portano ad avere brutti presentimenti. Che donna sfortunata! Tanto onesta e seria e rigida sul lavoro quanto sola e priva di amore, sembra proprio che quest'ultimo non possa trovare posto nella sua vita, tanto che quando dice alla sua amica "Vorrei tanto un bambino!" sembra in realtà che voglia solo un po' di amore, senza il quale la vita, evidentemente, non ha alcun senso. L'amore è come l'aria che respiriamo, l'acqua che beviamo, il cibo che mangiamo, tutte entità necessarie alla sopravvivenza.
Non so se consigliare questo film, ma se volete conoscere il personaggio, secondo me interpretato ottimamente dalla Golino, that's the film. Inoltre, ho capito ancora meglio quanto il fatto che certi personaggi criminali stiano dietro le sbarre piuttosto che fuori conti veramente poco, continuando questi a muovere indisturbati le loro pedine, incidendo sulle nostre vite, e d'altra parte la più recente attualità conferma quanto scritto.

Voto: 8/10

P.S. Ci ho ripensato: consiglio vivamente questo film (si vede che mi sono ripresa), così come consiglio vivamente tutti i film biografici e di denuncia mirati a renderci più consapevoli della realtà che ci circonda e a darci dei riferimenti, dei modelli di vita da seguire. Non dimenticherò mai quando al cinema, alla fine della proiezione di "Alla luce del sole" su don Puglisi, una donna dietro di me mormorò "Ma che senso ha, fare un film così?" ...

mercoledì 13 novembre 2013

Recensione del 13 novembre 2013



Festival Internazionale del cinema di Roma, edizione 2013, tra i film fuori concorso vado a vedere 
“Il venditore di medicine”, di Antonio Morabito.
Non voglio dilungarmi sul tema trattato, in quanto trattasi della solita melma italiana, cambia solo il contesto, ma sempre melma è. Ho capito invece, con questo film, l’importanza del direttore della fotografia, cioè la responsabilità che ha nel conferire il mood del film, e nel trasmettere emozioni.
Sono ignorante in materia, ma vedere Claudio Santamaria che cammina lungo un corridoio illuminato al neon (luce fredda), in controluce, quindi mezza figura nera, ma con delle proiezioni del volto intermittenti dovute alla luce proveniente dalle stanze laterali lasciate aperte, mi ha messo l’ansia.
Luci fredde, grigi, bianchi, colori metallici, mai uno sprazzo di calore, un alleggerimento, mai, tutto cupo sino alla fine, e d’altra parte che esistenza vuoi che abbiano, le persone dominate dai soldi e dal potere?
Consiglio vivamente questo film, punto primo perché è ben fatto, a mio parere,  e ben recitato da tutti, anche da Travaglio, punto secondo perché fa capire che il male genera il male, che l’Italia è un Paese marcio, terra sterile, bruciata, dove tuttavia, se ti pieghi bene, vedi delle piccole piantine che cercano disperatamente di crescere: giovani, speriamo in voi, tenete duro, e affermatevi nell’onestà, per tutti noi, e per voi.

Voto: 8/10

domenica 7 ottobre 2012

Recensione del 7 ottobre 2012

Che dire? C'è tanto grigio in questo libro, tanto più grigio quanto più emanato da un adolescente, che come tale dovrebbe essere più vitale, luminoso, ... o forse no. In fondo l'adolescenza è un periodo difficile. Tuttavia, quello che mi è rimasto di questo libro, che ho letto abbastanza volentieri, è che nella vita non si sa mai, persone che reputi distanti mille miglia da te, che (pensi) non hanno niente a che spartire con te, possono rivelarsi, all'improvviso, addirittura risolutive dei propri drammi interiori, dei propri complessi, delle proprie battaglie quotidiane. Il libro parte quindi grigio, ma alla fine il sole, tramontando, riesce a trovare una striscia d'azzurro da cui proiettare i suoi raggi prima di andare a dormire, preparandosi per un giorno davvero nuovo.

Voto: 7/10

Recensione del 7 ottobre 2012

"Dammi una lametta che mi taglio le vene", questa la vecchia canzone che riecheggia nella mia mente mentre, armata di buona volontà e per amor di completezza, cerco di portare a termine la lettura di questo "calcio sui co...i", come la Mazzantini stessa direbbe. Si, perché per tutto il libro usa un linguaggio davvero volgare, non proprio da signora fine e delicata come lei sembra essere: "merda" di qua, "cazzo" di là, e via dicendo. Probabilmente queste parole debbono fare da condimento a una storia squallida di coppia fallita, ambientata nella capitale di oggi. Due disinnamorati, spenti e stanchi si rivedono dopo la disfatta matrimoniale a un ristorante, e anche se alla fine, nelle ultimissime pagine, compare un tocco di creatività (?) e di luce, tutto il libro va avanti tipo "e quella volta che abbiamo fatto l'amore di qua", "e l'altra volta che abbiamo litigato prima di partire", "e quella volta che ...", ... e che palle, dico io! Un libro deve staccarci dalla realtà e intrattenerci in maniera piacevole, deve intrigarci, roba che non vedi l'ora di trovare dieci minuti liberi per tornare alla lettura. Uno già fa un'esistenza in cui cerca di arrabattarsi per vivere al meglio, ti pare che poi si spara una simile purga! Cara Mazzantini, dopo "Non ti muovere", sto ancora aspettando un tuo buon libro.

Voto: 4/10

mercoledì 5 settembre 2012

Recensione del 5 settembre 2012


Non potevo non leggerlo, con tutta la gente di cinema bazzicata dalla famiglia Verdone!

Per me è stato come ficcare il naso in casa del regista e attore per scoprire vizi, caratteristiche, abitudini, modi di vivere di gente come Fellini, Pasolini, Sordi, De Sica, e altri.
Si, Verdone non è certo uno scrittore, intendo uno del mestiere, e in effetti il libro è un semplice resoconto di esperienze di vita, non necessariamente legate a personaggi del cinema, non vi è neanche un ordine cronologico, quindi è un libro che può risultare noioso, banale, se non vi è un minimo di interesse nel personaggio Verdone e nel suo ambiente familiare e professionale.

Voto: 6/10

Speranza


6.40 del mattino, inverno, freddo umido, sonno, sull'autobus che da Velletri arriva all'Anagnina, in viaggio verso l'università. Per fortuna ho trovato posto a sedere, ho preso la corriera a Genzano, accanto a me una ragazza peruviana. Periodo grigio della mia vita, periodo di solitudine, di tristezza generale, di fatica, di smarrimento. La ragazza peruviana mi chiede dove vado a quell'ora, e si sfila una cuffietta dall'orecchio per condividere la sua musica. Mi dice che va a Roma a fare le pulizie per una famiglia in zona Prati, da' una mano anche con i bambini. Ha sposato un italiano di Genzano, fa la guardia giurata, mi porge  la foto tessera di lui che tiene nel portafoglio. La guardo con istintiva antipatia quando mi dice che lui non vuole bambini, ma lei sogna tanto di averne. Circa 5 anni dopo, mentre laureata passeggio lungo il lago di Nemi, vedo una bimba bellissima su un passeggino, gli occhi due fessure sorridenti, e una madre adorante e giocosa di fronte, ho un sussulto interno: e vai! Ecco, questa è la pellicola che si svolge nella mia mente mentre ascolto la canzone che quella mattina proiettò un raggio di luce nella mia vita: "The captain of her heart", Double side.

martedì 24 luglio 2012

Recensione del 24 luglio 2012


Ho deciso di leggere questo libro perché stimo molto il giornalista che lo ha scritto, persona tanto professionale quanto umile e garbata: Franco di Mare. Inoltre, solo a sentir raccontata la trama, se pur compressa in una paio di frasi, mi si sono inumiditi gli occhi all'istante: una storia vera accaduta allo stesso scrittore. Mi sento a mio agio nella lettura di questo romanzo, penso che lo avrei scritto allo stesso modo, con lo stesso stile e ritmo. A tratti c'è suspense, temi ti stiano per piovere addosso le granate di Sarajevo. Mi è piaciuto, è il suo primo romanzo, e spero non sia l'ultimo.

Voto: 7.5/10