domenica 17 novembre 2013

Recensione del 17 novembre 2013



Mi sto ancora riprendendo, da questo film. Da tanto tempo non mi uscivano le lacrime dagli occhi, alla fine di una proiezione. Non mi piace andare a vedere i film drammatici così, tanto per soffrire un po', per farsi del male. Penso che il cinema debba avere una qualche utilità: intrattenimento, informazione, denuncia, bellezza. Penso sia addirittura "criminale", per usare una parola forte, fare dei film conditi di funerali, disgrazie, malattie così, tanto per fare, film fini a sé stessi. Perchè allora vado a vedere un film in cui alla protagonista gira tutto storto, abortisce, le ammazzano il compagno, non trova più l'amore, vive sola con 2 cani e le ammazzano anche questi, la minacciano, e alla fine non ce la fa più e si ammazza? Perché è una storia vera, si tratta di Armida Miserere, una delle prime donne direttrici di carcere.
Il film, dal primissimo fotogramma, sfocato e freddo, è impregnato di tristezza, che non ti lascia più.
Il compagno la saluta, dalla finestra, e tu capisci già che non si rivedranno più, tanto l'atmosfera, le luci ti portano ad avere brutti presentimenti. Che donna sfortunata! Tanto onesta e seria e rigida sul lavoro quanto sola e priva di amore, sembra proprio che quest'ultimo non possa trovare posto nella sua vita, tanto che quando dice alla sua amica "Vorrei tanto un bambino!" sembra in realtà che voglia solo un po' di amore, senza il quale la vita, evidentemente, non ha alcun senso. L'amore è come l'aria che respiriamo, l'acqua che beviamo, il cibo che mangiamo, tutte entità necessarie alla sopravvivenza.
Non so se consigliare questo film, ma se volete conoscere il personaggio, secondo me interpretato ottimamente dalla Golino, that's the film. Inoltre, ho capito ancora meglio quanto il fatto che certi personaggi criminali stiano dietro le sbarre piuttosto che fuori conti veramente poco, continuando questi a muovere indisturbati le loro pedine, incidendo sulle nostre vite, e d'altra parte la più recente attualità conferma quanto scritto.

Voto: 8/10

P.S. Ci ho ripensato: consiglio vivamente questo film (si vede che mi sono ripresa), così come consiglio vivamente tutti i film biografici e di denuncia mirati a renderci più consapevoli della realtà che ci circonda e a darci dei riferimenti, dei modelli di vita da seguire. Non dimenticherò mai quando al cinema, alla fine della proiezione di "Alla luce del sole" su don Puglisi, una donna dietro di me mormorò "Ma che senso ha, fare un film così?" ...

mercoledì 13 novembre 2013

Recensione del 13 novembre 2013



Festival Internazionale del cinema di Roma, edizione 2013, tra i film fuori concorso vado a vedere 
“Il venditore di medicine”, di Antonio Morabito.
Non voglio dilungarmi sul tema trattato, in quanto trattasi della solita melma italiana, cambia solo il contesto, ma sempre melma è. Ho capito invece, con questo film, l’importanza del direttore della fotografia, cioè la responsabilità che ha nel conferire il mood del film, e nel trasmettere emozioni.
Sono ignorante in materia, ma vedere Claudio Santamaria che cammina lungo un corridoio illuminato al neon (luce fredda), in controluce, quindi mezza figura nera, ma con delle proiezioni del volto intermittenti dovute alla luce proveniente dalle stanze laterali lasciate aperte, mi ha messo l’ansia.
Luci fredde, grigi, bianchi, colori metallici, mai uno sprazzo di calore, un alleggerimento, mai, tutto cupo sino alla fine, e d’altra parte che esistenza vuoi che abbiano, le persone dominate dai soldi e dal potere?
Consiglio vivamente questo film, punto primo perché è ben fatto, a mio parere,  e ben recitato da tutti, anche da Travaglio, punto secondo perché fa capire che il male genera il male, che l’Italia è un Paese marcio, terra sterile, bruciata, dove tuttavia, se ti pieghi bene, vedi delle piccole piantine che cercano disperatamente di crescere: giovani, speriamo in voi, tenete duro, e affermatevi nell’onestà, per tutti noi, e per voi.

Voto: 8/10

domenica 7 ottobre 2012

Recensione del 7 ottobre 2012

Che dire? C'è tanto grigio in questo libro, tanto più grigio quanto più emanato da un adolescente, che come tale dovrebbe essere più vitale, luminoso, ... o forse no. In fondo l'adolescenza è un periodo difficile. Tuttavia, quello che mi è rimasto di questo libro, che ho letto abbastanza volentieri, è che nella vita non si sa mai, persone che reputi distanti mille miglia da te, che (pensi) non hanno niente a che spartire con te, possono rivelarsi, all'improvviso, addirittura risolutive dei propri drammi interiori, dei propri complessi, delle proprie battaglie quotidiane. Il libro parte quindi grigio, ma alla fine il sole, tramontando, riesce a trovare una striscia d'azzurro da cui proiettare i suoi raggi prima di andare a dormire, preparandosi per un giorno davvero nuovo.

Voto: 7/10

Recensione del 7 ottobre 2012

"Dammi una lametta che mi taglio le vene", questa la vecchia canzone che riecheggia nella mia mente mentre, armata di buona volontà e per amor di completezza, cerco di portare a termine la lettura di questo "calcio sui co...i", come la Mazzantini stessa direbbe. Si, perché per tutto il libro usa un linguaggio davvero volgare, non proprio da signora fine e delicata come lei sembra essere: "merda" di qua, "cazzo" di là, e via dicendo. Probabilmente queste parole debbono fare da condimento a una storia squallida di coppia fallita, ambientata nella capitale di oggi. Due disinnamorati, spenti e stanchi si rivedono dopo la disfatta matrimoniale a un ristorante, e anche se alla fine, nelle ultimissime pagine, compare un tocco di creatività (?) e di luce, tutto il libro va avanti tipo "e quella volta che abbiamo fatto l'amore di qua", "e l'altra volta che abbiamo litigato prima di partire", "e quella volta che ...", ... e che palle, dico io! Un libro deve staccarci dalla realtà e intrattenerci in maniera piacevole, deve intrigarci, roba che non vedi l'ora di trovare dieci minuti liberi per tornare alla lettura. Uno già fa un'esistenza in cui cerca di arrabattarsi per vivere al meglio, ti pare che poi si spara una simile purga! Cara Mazzantini, dopo "Non ti muovere", sto ancora aspettando un tuo buon libro.

Voto: 4/10

mercoledì 5 settembre 2012

Recensione del 5 settembre 2012


Non potevo non leggerlo, con tutta la gente di cinema bazzicata dalla famiglia Verdone!

Per me è stato come ficcare il naso in casa del regista e attore per scoprire vizi, caratteristiche, abitudini, modi di vivere di gente come Fellini, Pasolini, Sordi, De Sica, e altri.
Si, Verdone non è certo uno scrittore, intendo uno del mestiere, e in effetti il libro è un semplice resoconto di esperienze di vita, non necessariamente legate a personaggi del cinema, non vi è neanche un ordine cronologico, quindi è un libro che può risultare noioso, banale, se non vi è un minimo di interesse nel personaggio Verdone e nel suo ambiente familiare e professionale.

Voto: 6/10

Speranza


6.40 del mattino, inverno, freddo umido, sonno, sull'autobus che da Velletri arriva all'Anagnina, in viaggio verso l'università. Per fortuna ho trovato posto a sedere, ho preso la corriera a Genzano, accanto a me una ragazza peruviana. Periodo grigio della mia vita, periodo di solitudine, di tristezza generale, di fatica, di smarrimento. La ragazza peruviana mi chiede dove vado a quell'ora, e si sfila una cuffietta dall'orecchio per condividere la sua musica. Mi dice che va a Roma a fare le pulizie per una famiglia in zona Prati, da' una mano anche con i bambini. Ha sposato un italiano di Genzano, fa la guardia giurata, mi porge  la foto tessera di lui che tiene nel portafoglio. La guardo con istintiva antipatia quando mi dice che lui non vuole bambini, ma lei sogna tanto di averne. Circa 5 anni dopo, mentre laureata passeggio lungo il lago di Nemi, vedo una bimba bellissima su un passeggino, gli occhi due fessure sorridenti, e una madre adorante e giocosa di fronte, ho un sussulto interno: e vai! Ecco, questa è la pellicola che si svolge nella mia mente mentre ascolto la canzone che quella mattina proiettò un raggio di luce nella mia vita: "The captain of her heart", Double side.

martedì 24 luglio 2012

Recensione del 24 luglio 2012


Ho deciso di leggere questo libro perché stimo molto il giornalista che lo ha scritto, persona tanto professionale quanto umile e garbata: Franco di Mare. Inoltre, solo a sentir raccontata la trama, se pur compressa in una paio di frasi, mi si sono inumiditi gli occhi all'istante: una storia vera accaduta allo stesso scrittore. Mi sento a mio agio nella lettura di questo romanzo, penso che lo avrei scritto allo stesso modo, con lo stesso stile e ritmo. A tratti c'è suspense, temi ti stiano per piovere addosso le granate di Sarajevo. Mi è piaciuto, è il suo primo romanzo, e spero non sia l'ultimo.

Voto: 7.5/10

Avetrana


26 agosto 2010, decidiamo di fuggire le masse estive concentrate nelle maggiori località di grido del Salento - Porto Cesareo, Gallipoli, Lecce - e andiamo a visitare una più anonima Avetrana. Mentre camminiamo nei vicoli, nelle piazzette, esprimo il mio sincero desiderio di poter vivere in un posto come questo, in quanto  ignoto ai più, ma pur sempre gradevole, dignitoso, ordinato, dove la vita scorre leggera, semplice, senza clamori o pretese. Mi dico: che bello potersi rifugiare in un paese dove tutto scorre tranquillo, essenziale,  indisturbato, senza dover sudare per un parcheggio o un gelato, senza dover sgomitare per poter passeggiare, senza negozi pieni di paccottiglia che oscurano il vero paese, le sue mura, i suoi vicoli (mi vengono in mente le bancarelle natalizie di piazza Navona), un paese senza bagliori, senza schiamazzi, un paese che ti protegge col suo anonimato, col suo risultare insignificante ai più, proprio perché non appariscente, ma umile.
Ceniamo in una trattoria a gestione familiare, il titolare ci dice che in paese stanno cercando una ragazzina, scomparsa nel pomeriggio.

mercoledì 30 maggio 2012

Inno alla casa


Ogni giorno da te parto e a te ritorno, e quando a te ritorno sento che mi accogli con un abbraccio caldo, e con quella confidenza che mi permette di sentirmi libera. Via i tacchi, giù a piedi nudi, all’aria i vestiti, e addosso della stoffa comoda e leggera, tanto tra me e te non ci sono formalismi. Mi muovo nel mio territorio fatto di stanze colorate, che io ho voluto, perché tu, casa mia, sei ciò che sono io. Nel bagno illuminato dai bagliori del sole prima del tramonto mi rigenero, rinfrescandomi e togliendomi di dosso le polveri e gli odori urbani, in camera da letto vengo accolta dalle urla dei bambini che rimbalzano sul lettone, che fanno festa per il mio arrivo e vogliono essere notati, innesco i profumi della cucina che provocano la fame già latente, e mentre il piccolo urla di gioia dal seggiolone al vedere la sua pappa, come un uccellino affamato, ci sediamo al tavolo tutti insieme e cominciamo a parlare di lettere e di numeri, della parola di inglese appena imparata e mi chiedete se è possibile salire in cima alla statua della libertà.
Tutti a mettere i pigiami, tutti nel lettone quando il sole è ormai una palla rossa che va a nascondersi dietro il cupolone di Don Bosco, e chiacchieriamo ancora, e facciamo gli indovinelli, e ci inventiamo le barzellette, fino a quando mamma non sa più cosa farvi indovinare, fino a quando siete stanchi, fino a quando nessuno parla più, pure al fratellino è scivolato il ciuccio dalla bocca, e pure tu, casa, diventi priva di rumore, e dormi, ed io, dopo una giornata di entropia metropolitana e mentale, mi sento ritornata alla mia posizione di equilibrio stabile, mi sento la pace dentro, e vorrei stare sempre così, serenità perpetua, mentre vedo uno spicchio di luna staccarsi da lì dove il sole era andato, pure lui, a dormire.

In questi giorni penso intensamente a chi non può avere più fiducia nella propria casa, a chi si è ritrovato prigioniero di spazi non suoi, a chi ha perso sé stesso.

mercoledì 2 novembre 2011

Recensione del 2 novembre 2011

Si legge "in un battito di ciglia", come riporta la copertina, ma avendo un neonato in casa l'ho letto in un paio di settimane. Abituata alla sua prosa colorita siciliana stento a credere che l'abbia scritto il Camilleri che conosco, tanto la scrittura è semplice, asciutta, in italiano "preciso preciso". La trama è abbastanza interessante, e ti trascina senza alcun attrito sino all'ultima pagina, attraversando situazioni e realtà attuali, che rendono il thriller sicuramente più coinvolgente: disoccupazione, precariato, smania di soldi e potere (ma che novità!), sesso, donne, opportunismo, scorrettezze. Lo consiglio a chiunque abbia voglia di svagarsi un pò e che in una serata libera preferisca leggersi un thriller, piuttosto che vederlo al cinema. Personalmente, avrei gradito una scrittura più intensa, articolata, profonda, capace di dare emozioni, di far venire la pelle d'oca, come può fare un passaggio di musica, un quadro, una scena di cinema. Questo è infatti ciò che cerco quando leggo un libro, oltre a dei contenuti interessanti. Tuttavia il testo si fa leggere e questo è fondamentale per un oggetto che nasce per intrattenere, per staccare la spina con la realtà circostante, almeno per un'oretta.

Voto da 1 a 10: 6.5

domenica 30 ottobre 2011

Attesa condominiale

Vivo in un enorme palazzo costruito agli inizi degli anni settanta da una cooperativa di conducenti di autobus.

Ora che siamo quasi nel 2012 gli autisti sono tutti anziani, l’autobus non lo guidano più da un pezzo, e come formiche un po’ stanche escono quotidianamente dalla loro casa e si spargono nel quartiere per sgranchire le gambe, fare piccole compere nel vicino mercato rionale, oppure li trovi davanti al portone che si aggiornano sugli ultimi accadimenti: il giardiniere non è venuto questa settimana, la signora del quarto piano si lamenta di un’infiltrazione, l’amministratrice ha stufato, …

Io che corro sempre come una scheggia circondata di bambini, mi sento particolarmente giovane in un simile habitat, con tutti che mi osservano come se fossi uno spiraglio di luce, di vita, ma portatore di malinconia, per i tempi in cui “correvamo pure noi”. Tuttavia, alle quattro di ogni pomeriggio un evento ci unisce, un appuntamento al quale non si può mancare.

Scendo di corsa per recuperare i miei bambini di ritorno da scuola a bordo dell’inconfondibile scuolabus giallo, e mentre faccio avanti e indietro sul marciapiede attendendo di scorgere il pulmino, alzo lo sguardo verso il mio palazzone di nove piani, e vedo i balconi e le finestre che pullulano di teste più o meno pelate, brizzolate, canute degli uomini, insieme alle tinte rosse o nere dei capelli, i grembiuli da cucina, le ciabatte delle mogli, tutti uniti in una sorta di coreografia istintiva, un volo di gruppo, un movimento da nuoto sincronizzato, tutti che aspettano i bambini della giovane signora del settimo piano.

lunedì 24 ottobre 2011

Recensione del 9 agosto 2011

Non mi è piaciuto; la Tamaro mi ha un po’ stancato con questi racconti di vite tormentate narrati come se il protagonista (la scrittrice?) si trovasse sempre in una continua fase mistica, iniziata nei precedenti romanzi. Reiterati interrogativi su Dio e il suo significato, sul senso dell’amore, del male, della morte; tante domande buttate continuamente lì, senza apparente risposta, almeno per me. Il tutto calato in un contesto naturalistico, cioè con immancabili descrizioni di flora e fauna caratterizzanti l’ambientazione del romanzo, probabilmente da imputare all’habitat abituale della scrittrice, un casale vicino Orvieto. La Tamaro insiste, inoltre, nel sottolineare l’importanza del silenzio nella nostra vita, importanza già ampiamente espressa nei suoi precedenti testi, e che tra comunque comprendo appieno.

Tuttavia, come certi cantanti che, cantata la prima canzone di successo non riescono in seguito a uscire dallo “schema” della stessa, la scrittrice mi sembra non riuscire più a creare un’opera veramente nuova, coinvolgente, piacevolmente insolita, un’opera che non riprenda più il vecchio motivo. Di conseguenza, la Tamaro mi annoia.

Voto da 1 a 10: 6

lunedì 16 agosto 2010

I viaggi della mente

Per me andare in vacanza non è soltanto scoprire nuovi posti, con le relative usanze, tradizioni, dialetti, cucina, ... ma significa anche scoprire nuovi "posti" dell'arte, intesa come scrittura, regia, musica, ...

Ecco quindi che, quest'anno, oltre ad approfondire la terra del Salento, essendoci già stata ed essendo stata nuovamente risucchiata, andrò alla scoperta dei seguenti "luoghi" del vivere artistico:

- "Acciaio", di Silvia Avallone, finalista al Premio Strega (i pettegolezzi vogliono che non abbia vinto in quanto non appartenente alla parrocchia Mondadori)

- Mario Biondi, conosco solo la famosissima "This is what you are", perdonatemi ...

- Pizzica e Taranta salentine

- "Mosca non crede alla lacrime", di V. Mensov, del 1.979, film cult sovietico

- "I falsificatori", di Antoine Bello (mi ha incuriosito il primo capitolo, uomini che di mestiere falsificano la realtà in cui viviamo ... ma non è attualità?).

Vi farò sapere come è andata,
buone scoperte anche a voi,
Aless

domenica 16 maggio 2010

Mostri tristi

Due sabati fa sono andata in un locale per gay e trans; all’una e alle 3 del mattino i trans, parecchi, hanno fanno uno spettacolo sul palchetto luminoso appositamente allestito. Li guardavo ballare, ondeggiare con le loro chiappe perfette e le gambe chilometriche dopo essermi sudata un posto in piedi su una sedia, in equilibrio quasi instabile, dietro a una folla compatta di ragazzi gay che si baciavano e trans del pubblico in ammirazione dei loro simili.

E' stato uno spettacolo a dir poco esilarante: più belle(i?) di una donna vera, più femmine, più disperate, emananvano una carica di energia coinvolgente, mentre ballando si toglievanno via via i già scarni vestiti, esibendo alla fine un corpo tradito dal viso, che esprimeva il disperato, inutile tentativo di essere diverso. E mentre le ammiravo, mi accorgevo che la natura aveva proprio toppato, che dentro quel corpo c'era una donna, una femmina, che la natura non aveva saputo interpretare. Ed era uscito fuori un mostro, si, un mostro triste, donne belle ma brutte, donne finte ... o forse no? Il dubbio si insidiava nella mia testa attraverso le parole di Almodovar:

una persona è tanto più autentica quanto più assomiglia all'immagine che ha sognato di sè stessa.

sabato 17 aprile 2010

Amore e morte


Quante immagini di innamorati sono scolpite nella nostra mente!

Abbracciati sullo sfondo del tramonto, abbandonati nell'atto di darsi un bacio, mano nella mano in riva al mare, ... immagini che rievocano tenerezza, ottimismo, che riscaldano il cuore.
I due innamorati del Caucaso invece no: nel loro abbraccio spiccano le pistole impugnate con orgoglio, come si potrebbe tenere un fiore o un peluche da innamorati, gli sguardi tradiscono tristezza, i volti sembrano tanto fieri quanto ingenui.
Ed ecco che l'amore, in questa foto di innamorati, emerge come qualcosa di sinistro, qualcosa da rivendicare, al prezzo della morte altrui.

Uccellini in gabbia


Ieri sera sono uscita con mio figlio a fare due passi; siamo andati in un centro commerciale vicino casa, abbiamo visitato il negozio delle caramelle, quello dei giocattoli, e infine quello degli animali. Dopo i cuccioli di cane, di gatto, di topo, i vari pescetti dentro gli acquari e le tartarughe, siamo arrivati alle gabbie degli uccellini: mi ha colpito una di queste, e sono rimasta ad osservarla quasi ipnotizzata. Lunga poco più di un metro, intervallata da tre aste disposte trasversalmente, vi erano tre uccellini. Uno di questi volava dall'asta di destra a quella di sinistra, dall'asta di sinistra a quella di destra, dall'asta di destra a quella di sinistra, dall'asta di sinistra a quella di destra, ... il mio sguardo rimbalzava dall'asta di destra a quella di sinistra e viceversa, mentre il mio cuore si stringeva, e riflettevo sulla libertà, ma soprattutto sulle sue limitazioni:

la mancanza di libertà è il non poter esprimere appieno le proprie capacità, è il poter potenzialmente volare fra due aste distanti chilometri, ma essere inibiti a farlo, è essere costretti ad arrugginirsi, ad atrofizzarsi perchè non ci sono sufficienti spazi di azione.

La libertà è la possibilità di fare quello per cui si è nati, è la possibilità di essere sè stessi, di vivere.

mercoledì 23 settembre 2009

Cronaca di uno schianto

Crepuscolo inoltrato, non c’è nessuno per strada, tutti stanno cenando in questo paesino del Salento; imbocchiamo la strada deserta, ci avviciniamo all’incrocio con velocità sostenuta e sicurezza che tanto non gira nessuno a quest’ora. Un istante prima di occupare l’incrocio una vocina nel cervello mi consiglia di dire a mia madre di frenare, di andare cauta, ma quando mi attivo per muovere le labbra siamo già in mezzo all’incrocio, e la coda del mio occhio vede arrivare da sinistra una scheggia nera. Un altro istante, in cui faccio in tempo a chiedermi: “Che ne sarà di noi?”. Lo schianto. Improvviso, non preannunciato dalla classica frenata dell’ultimo istante, uno schianto e basta. La nostra auto slitta, ruota, si arresta contro il marciapiede. Un secondo di silenzio, forse due, e poi i pianti dei bambini, strazianti. I miei genitori sono bloccati dagli sportelli che non si aprono più, io cerco disperatamente i miei occhiali schizzati via, senza i quali non posso verificare lo stato dei miei figli seduti dietro. Li trovo finalmente ai miei piedi, li infilo, scendo ed apro la portiera di dietro, afferro in braccio il piccolo, tiro via il grande, intorno a noi donne che ci vogliono offrire un bicchiere d’acqua, i miei pure svicolano via dall’auto, ci guardiamo, in silenzio.
Mi avvio con i bambini verso casa, mentre mio figlio più grande chiede: “Mamma, perché è successo questo?”.


N.B.1 Nessuno si è fatto male, a parte un paio di lividi sulle braccia e un arrossamento della pelle intorno all’angolo esterno dell’occhio causa urto. Gesù, grazie.

N.B.2 In episodi del genere, la dimensione temporale acquista una risoluzione molto fine, la tua vita si snoda su frazioni di secondo infinitesime: in un pugno di istanti osservi, temi il peggio, ti schianti, vivi l’inferno, risorgi.

giovedì 25 giugno 2009

Condivido in pieno, e voi?

Questa lettera, scritta da don Paolo Farinella, prete e biblista della diocesi di Genova al suo vescovo e cardinale Angelo Bagnasco, è stata inviata qualche settimana fa e circola da giorni su internet. Riguarda la vicenda Berlusconi, vista con gli occhi di un sacerdote. Alla luce degli ultimi fatti e della presa di posizione di Famiglia Cristiana che ha chiesto alla Chiesa di parlare, i suoi contenuti diventano attualissimi.

Egregio sig. Cardinale, viviamo nella stessa città e apparteniamo alla stessa Chiesa: lei vescovo, io prete. Lei è anche capo dei vescovi italiani, dividendosi al 50% tra Genova e Roma. A Genova si dice che lei è poco presente alla vita della diocesi e probabilmente a Roma diranno lo stesso in senso inverso. E' il destino dei commessi viaggiatori e dei cardinali a percentuale. Con questo documento pubblico, mi rivolgo al 50% del cardinale che fa il Presidente della Cei, ma anche al 50% del cardinale che fa il vescovo di Genova perché le scelte del primo interessano per caduta diretta il popolo della sua città. Ho letto la sua prolusione alla 59a assemblea generale della Cei (24-29 maggio 2009) e anche la sua conferenza stampa del 29 maggio 2009. Mi ha colpito la delicatezza, quasi il fastidio con cui ha trattato - o meglio non ha trattato - la questione morale (o immorale?) che investe il nostro Paese a causa dei comportamenti del presidente del consiglio, ormai dimostrati in modo inequivocabile: frequentazione abituale di minorenni, spergiuro sui figli, uso della falsità come strumento di governo, pianificazione della bugia sui mass media sotto controllo, calunnia come lotta politica. Lei e il segretario della Cei avete stemperato le parole fino a diluirle in brodino bevibile anche dalle novizie di un convento. Eppure le accuse sono gravi e le fonti certe: la moglie accusa pubblicamente il marito presidente del consiglio di "frequentare minorenni", dichiara che deve essere trattato "come un malato", lo descrive come il "drago al quale vanno offerte vergini in sacrificio". Le interviste pubblicate da un solo (sic!) quotidiano italiano nel deserto dell'omertà di tutti gli altri e da quasi tutta la stampa estera, hanno confermato, oltre ogni dubbio, che il presidente del consiglio ha mentito spudoratamente alla Nazione e continua a mentire sui suoi processi giudiziari, sull'inazione del suo governo. Una sentenza di tribunale di 1° grado ha certificato che egli è corruttore di testimoni chiamati in giudizio e usa la bugia come strumento ordinario di vita e di governo. Eppure si fa vanto della morale cattolica: Dio, Patria, Famiglia. In una tv compiacente ha trasformato in suo privato in un affaire pubblico per utilizzarlo a scopi elettorali, senza alcun ritegno etico e istituzionale. Lei, sig. Cardinale, presenta il magistero dei vescovi (e del papa) come garante della Morale, centrata sulla persona e sui valori della famiglia, eppure né lei né i vescovi avete detto una parola inequivocabile su un uomo, capo del governo, che ha portato il nostro popolo al livello più basso del degrado morale, valorizzando gli istinti di seduzione, di forza/furbizia e di egoismo individuale. I vescovi assistono allo sfacelo morale del Paese ciechi e muti, afoni, sepolti in una cortina di incenso che impedisce loro di vedere la "verità" che è la nuda "realtà". Il vostro atteggiamento è recidivo perché avete usato lo stesso innocuo linguaggio con i respingimenti degli immigrati in violazione di tutti i dettami del diritto e dell'Etica e della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, con cui il governo è solito fare i gargarismi a vostro compiacimento e per vostra presa in giro. Avete fatto il diavolo a quattro contro le convivenze (Dico) e le tutele annesse, avete fatto fallire un referendum in nome dei supremi "principi non negoziabili" e ora non avete altro da dire se non che le vostre paroline sono "per tutti", cioè per nessuno. Il popolo credente e diversamente credente si divide in due categorie: i disorientati e i rassegnati. I primi non capiscono perché non avete lesinato bacchettate all'integerrimo e cattolico praticante, Prof. Romano Prodi, mentre assolvete ogni immoralità di Berlusconi. Non date forse un'assoluzione previa, quando vi sforzate di precisare che in campo etico voi "parlate per tutti"? Questa espressione vuota vi permette di non nominare individualmente alcuno e di salvare la capra della morale generica (cioè l'immoralità) e i cavoli degli interessi cospicui in cui siete coinvolti: nella stessa intervista lei ha avanzato la richiesta di maggiori finanziamenti per le scuole private, ponendo da sé in relazione i due fatti. E' forse un avvertimento che se non arrivano i finanziamenti, voi siete già pronti a scaricare il governo e l'attuale maggioranza che sta in piedi in forza del voto dei cattolici atei? Molti cominciano a lasciare la Chiesa e a devolvere l'8xmille ad altre confessioni religiose: lei sicuramente sa che le offerte alla Chiesa cattolica continuano a diminuire; deve, però, sapere che è una conseguenza diretta dell'inesistente magistero della Cei che ha mutato la profezia in diplomazia e la verità in servilismo. I cattolici rassegnati stanno ancora peggio perché concludono che se i vescovi non condannano Berlusconi e il berlusconismo, significa che non è grave e passano sopra a stili di vita sessuale con harem incorporato, metodo di governo fondato sulla falsità, sulla bugia e sull'odio dell'avversario pur di vincere a tutti i costi. I cattolici lo votano e le donne cattoliche stravedono per un modello di corruttela, le cui tv e giornali senza scrupoli deformano moralmente il nostro popolo con "modelli televisivi" ignobili, rissosi e immorali. Agli occhi della nostra gente voi, vescovi taciturni, siete corresponsabili e complici, sia che tacciate sia che, ancora più grave, tentiate di sminuire la portata delle responsabilità personali. Il popolo ha codificato questo reato con il detto: è tanto ladro chi ruba quanto chi para il sacco. Perché parate il sacco a Berlusconi e alla sua sconcia maggioranza? Perché non alzate la voce per dire che il nostro popolo è un popolo drogato dalla tv, al 50% di proprietà personale e per l'altro 50% sotto l'influenza diretta del presidente del consiglio? Perché non dite una parola sul conflitto d'interessi che sta schiacciando la legalità e i fondamentali etici del nostro Paese? Perché continuate a fornicare con un uomo immorale che predica i valori cattolici della famiglia e poi divorzia, si risposa, divorzia ancora e si circonda di minorenni per sollazzare la sua senile svirilità? Perché non dite che con uomini simili non avete nulla da spartire come credenti, come pastori e come garanti della morale cattolica? Perché non lo avete sconfessato quando ha respinto gli immigrati, consegnandoli a morte certa? Non è lo stesso uomo che ha fatto un decreto per salvare ad ogni costo la vita vegetale di Eluana Englaro? Non siete voi gli stessi che difendete la vita "dal suo sorgere fino al suo concludersi naturale"? La vita dei neri vale meno di quella di una bianca? Fino a questo punto siete stati contaminati dall'eresia della Lega e del berlusconismo? Perché non dite che i cattolici che lo sostengono in qualsiasi modo, sono corresponsabili e complici dei suoi delitti che anche l'etica naturale condanna? Come sono lontani i tempi di Sant'Ambrogio che nel 390 impedì a Teodosio di entrare nel duomo di Milano perché "anche l'imperatore é nella Chiesa, non al disopra della Chiesa". Voi onorate un vitello d'oro. Io e, mi creda, molti altri credenti pensiamo che lei e i vescovi avete perduto la vostra autorità e avete rinnegato il vostro magistero perché agite per interesse e non per verità. Per opportunismo, non per vangelo. Un governo dissipatore e una maggioranza, schiavi di un padrone che dispone di ingenti capitali provenienti da "mammona iniquitatis", si è reso disposto a saldarvi qualsiasi richiesta economica in base al principio che ogni uomo e istituzione hanno il loro prezzo. La promessa prevede il vostro silenzio che - è il caso di dirlo - è un silenzio d'oro? Quando il vostro silenzio non regge l'evidenza dell'ignominia dei fatti, voi, da esperti, pesate le parole e parlate a suocera perché nuora intenda, ma senza disturbarla troppo: "troncare, sopire ... sopire, troncare". Sig. Cardinale, ricorda il conte zio dei Promessi Sposi? "Veda vostra paternità; son cose, come io le dicevo, da finirsi tra di noi, da seppellirsi qui, cose che a rimestarle troppo ... si fa peggio. Lei sa cosa segue: quest'urti, queste picche, principiano talvolta da una bagattella, e vanno avanti, vanno avanti... A voler trovarne il fondo, o non se ne viene a capo, o vengon fuori cent'altri imbrogli. Sopire, troncare, padre molto reverendo: troncare, sopire" (A. Manzoni, Promessi Sposi, cap. IX). Dobbiamo pensare che le accuse di pedofilia al presidente del consiglio e le bugie provate al Paese siano una "bagatella" per il cui perdono bastano "cinque Pater, Ave e Gloria"? La situazione è stata descritta in modo feroce e offensivo per voi dall'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che voi non avete smentito: "Alla Chiesa molto importa dei comportamenti privati. Ma tra un devoto monogamo [leggi: Prodi] che contesta certe sue direttive e uno sciupa femmine che invece dà una mano concreta, la Chiesa dice bravo allo sciupa femmine. Ecclesia casta et meretrix" (La Stampa, 8-5-2009). Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l'integerrimo sant'Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell'imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: "Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l'anima con il denaro" (Ilario di Poitiers, Contro l'imperatore Costanzo 5). Egregio sig. Cardinale, in nome di quel Dio che lei dice di rappresentare, ci dia un saggio di profezia, un sussurro di vangelo, un lampo estivo di coerenza di fede e di credibilità. Se non può farlo il 50% di pertinenza del presidente della Cei "per interessi superiori", lo faccia almeno il 50% di competenza del vescovo di una città dove tanta, tantissima gente si sta allontanando dalla vita della Chiesa a motivo della morale elastica dei vescovi italiani, basata sul principio di opportunismo che è la negazione della verità e del tessuto connettivo della convivenza civile. Lei ha parlato di "emergenza educativa" che è anche il tema proposto per il prossimo decennio e si è lamentato dei "modelli negativi della tv". Suppongo che lei sappia che le tv non nascono sotto l'arco di Tito, ma hanno un proprietario che è capo del governo e nella duplice veste condiziona programmi, pubblicità, economia, modelli e stili di vita, etica e comportamenti dei giovani ai quali non sa offrire altro che la prospettiva del "velinismo" o in subordine di parlamentare alle dirette dipendenze del capo che elargisce posti al parlamento come premi di fedeltà a chi si dimostra più servizievole, specialmente se donne. Dicono le cronache che il sultano abbia gongolato di fronte alla sua reazione perché temeva peggio e, se lo dice lui che è un esperto, possiamo credergli. Ora con la benedizione del vostro solletico, può continuare nella sua lasciva intraprendenza e nella tratta delle minorenni da immolare sull'altare del tempio del suo narcisismo paranoico, a beneficio del paese di Berlusconistan, come la stampa inglese ha definito l'Italia. Egregio sig. Cardinale, possiamo sperare ancora che i vescovi esercitino il servizio della loro autorità con autorevolezza, senza alchimie a copertura dei ricchi potenti e a danno della limpidezza delle verità come insegna Giovanni Battista che all'Erode di turno grida senza paura per la sua stessa vita: "Non licet"? Al Precursore la sua parola di condanna costò la vita, mentre a voi il vostro "tacere" porta fortuna. In attesa di un suo riscontro porgo distinti saluti.


Genova 31 maggio 2009

Paolo Farinella, prete

mercoledì 24 giugno 2009

La forza del "Pilu"

Nonostante gli innumerevoli processi che gravano su di lui da anni, nonostante l'evidente uso del potere per fabbricarsi un Paese a suo uso e consumo, nonostante il suo essere così volgare, dozzinale, sfacciatamente contraddittorio, una persona, insomma, che ti fa vergognare di essere italiano, ebbene nonostante tutto ciò, è riuscito a imporsi prepotentemente e lungamente nella nostra politica, guidandoci verso un declino economico e, peggio ancora, morale.

Ma ecco, all'improvviso, spuntare Patrizia, bellissimo angelo dai lunghi capelli dorati sceso in nostro soccorso, portatrice di magici nastri che forse ci salveranno! Vai Patrizia!!

Non c'è niente da fare: lì dove la giustizia non riesce a imporsi, lì dove la libertà di informare viene soffocata, lì dove l'opposizione fa cagare, lì dove una schiera di buoni-a-nulla urla dalle televisioni in difesa del proprio padrone che altrimenti finirebbero tutti a spazzare i cessi (ammesso che lo sappiano fare), lì dove c'è ancora gente che crede in lui, ebbene proprio lì, eccolo uscire, rigoglioso e vincitore (speriamo): u Pilu!!

Viva u Pilu!!!


NB L'espressione usata per indicare ciò la cui potenza resiste nei secoli (ricordate Clinton e Monica?) è calabrese, usata da Antonio Albanese nell'interpretazione del suo personaggio politico Cetto Laqualunque; se interessati, guardate pure:






venerdì 10 ottobre 2008

Una casetta piccola così

“Ingressetto, saloncino, cucinotto, cameretta, balconcino, anticucina (??), camerino, bagnetto cieco, angoletto studio, …”, ed io mi domando:
che razza di casa riusciremo a comprarci? Ci staremo tutti e quattro dentro? Mah!